In Terra di Angelo Vannini

( atto unico )

Personaggi:

Quattro personaggi di differente età e sesso.

Una donna di una certa età.

Scena vuota, con al centro soltanto un tavolo rettangolare, lungo, delle dimensioni di un letto d’ospedale.

Luce.

Al centro della scena la donna, sdraiata sul tavolo, immobile, ad occhi chiusi.

Intorno, disposti liberamente, gli altri quattro personaggi. Ognuno fa un po’ quello che vuole, guardando dove vuole; assieme, realizzano una polifonia di voci – dicendo, una battuta ciascuno, quanto segue. Sarà il regista ad attribuire a ciascuno le parti e a decidere ritmo, tono, movimenti, pause e, soprattutto, silenzi.

 La verità mi scorre sottilmente tra le mani.

Ha qualcosa di aggiunto, non le sembra?

Ho visto decaloghi crescere e spuntare, come nebbia.

Certi manifesti, certi silenzi.

Ha sporcato ancora abbastanza la singolarità del tutto?

Il tutto, signora, è decisamente singolare.

Ma un’egregia necessità di vita, come risvegliarla?

Poche carte ho trovate e le ho poste, ecco dove.

A ritroso ho visto i miei piccoli sentieri, sapevano di nulla. Il nulla ha una culla in bocca.

La signora dorme, non sembra volersi muovere.

La agiti un poco. Provi a toccare la punta del piede, ecco, così. Che cos’ha nel piede?

Si direbbe un anello.

Amareggiato, vedo la non-fine del confine.

La signora assomiglia a un cammello.

Che cosa potremmo regalarle?

Una maschera di fiori, un dinosauro.

Ho visto le ombre passare, si disperdevano.

Dove, dopo la frontiera?

Perché non si muove?

Dicono fosse morta, ma io non vedo.

Vedi?

Dove andavano, se non per sentieri strani, impassibili, del tutto controluce?

Un po’ qui un po’ là. Prova a smuoverla ancora.

Un avamposto non si proietta nel ricordo, si introietta.

Smuovila.

Non piove.

Niente da fare.

In questo senso come in quell’altro.

Prova l’altro piede.

È un foulard, un piccolo foulard rosso e argento, attorno al dito.

Ha provato a pizzicare il dito?

C’è aria dalla finestra.

Alcuna reazione, signora.

La musica arriva e va, il disco non sembra neanche lo stesso.

Un fringuello.

Mi sembra di sentire dei colpi, qualcuno passa la scopa.

L’ora non è quella giusta.

È proprio là sul davanzale.

Anche l’ora ha l’aurora in bocca.

È una «o» oppure una «a»?

Che cosa.

Guarda là.

Piano, pianissimo. È un suono quasi millesimale.

Non dirmi che lo ha trovato.

Lo ha scorso e scomparso.

Avete provato coi rumori?

Niente sembra più basso.

C’è un fremito che sembra oltrepassare.

Non c’è più niente sul davanzale.

Neanche le pentole hanno funzionato.

Si sporga, si sporga. Sente l’aria fresca?

Fuligginoso.

Il suo anello è fuligginoso.

Non è un anello ma un foulard.

Sottile quanto il desiderio.

L’argento non è il rosso.

Smettila di sorridere.

C’est fichu. Hai provato a pizzicare?

Gli spazi sono ancora striminziti.

È necessario considerare altre parti.

Impossibile dimenticare gli arti.

Le passi in rassegna.

S’immerga, di destinazione in destinazione.

Non vedo più niente.

La testa è un po’ troppo fuori di lì.

Assecondi il movimento, signora. Da destra verso sinistra, ecco, così.

Oltre la luna, chissà cos’è.

Fa giorno.

Lo impugni.

È semplicemente corto.

Mi sarebbe piaciuto visitarlo, un giorno o l’altro.

Sollevi leggermente.

Visitare un giorno nell’altro.

Si muove?

Non ancora, non vedo tracce.

Comincia l’aria fresca, nonostante l’estate.

È un giorno come un altro. Ci sono varie cose che possono essere rintracciate.

Dobbiamo trasportarla.

Chiameremo qualcuno.

Chi? Per strada?

Il giorno è come fosse altro.

S’immagini, signora, s’immagini.

Il ricordo è un mondo di corde, troppo corte per esserne a corto.

Qualcosa ci è stato allacciato.

Inutile spostare la cima.

La Cina?

Lasci stare, la mia immaginazione non vale l’amore.

Qualcosa ci viene alleviato.

Sorregga, signora, sorregga.

Prova a guardare.

A ridosso del mondo, il mondo è morto.

Non dica oscure parole.

Dobbiamo sollevarla, non mi venga a dire che ci pensa più di quanto non pensi.

Veramente ancora non si è mossa?

Ancora questa storia. Proprio non ci arriva, lei.

Arriva dove non arriva.

La cassa è pronta, anche se troppo quadrata.

Le persone non bastano, sono come le ore.

Io proverei ancora con il piede.

Meglio mettere per prima cosa la testa.

Le ore che hanno perduto ogni onore.

La cassa è sempre troppo quadrata.

Adagiatela uno per volta.

Una nell’unica volta.

Ecco, si volta.

Sono io che l’ho mossa.

Il malandrino che non sa stare fermo.

Metti la testa, come prima volta la testa.

Stellata, giovane, avvolta.

Abbiamo provato strade, di grado in grado, di luce in luce, di oscurità in oscurità.

Solo le frontiere.

La terra è calda, freme.

L’umidità la insegue.

Il giorno si fa in catene quando l’umanità si addossa.

Niente si allinea come l’erba sopra la fossa.

 

Buio.

 

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